A.D. 2000 – viaggio a Tula, Russia. Seconda Parte

Avevo chiuso il mio ultimo blogpost nonché la prima parte di questo originale, sorprendente quanto splendido viaggio in Russia con l’arrivo nella città di Tula, in treno da Mosca con la mia classe. Sì, perché laggiù nel lontano 2000 abbiamo partecipato a uno scambio culturale per cui al nostro arrivo siamo stati divisi e “ritirati” dalle famiglie ospitanti.

Ho vissuto a casa di Irina con la sua famiglia. Il papà, come avevo già scritto nel post precedente, era poliziotto, la mamma ingegnere meteorologo, poi c’era Irina che aveva 17 anni (io 18 da pochi giorni) e infine la nonna.

Arrivare alla loro casa è stato traumatico. Tula all’epoca era desolante, non so se la situazione sia migliorata, di certo Mosca non assomiglia più a quella città che avevo conosciuto la prima volta, ma a Tula non sono più tornata.

Irina e famiglia abitavano in uno dei migliaia di casermoni di costruzione sovietica. Tutti incredibilmente identici. Un grande portale senza alcun cancello che permetteva di accedere a un cortile molto grande interno. Ogni casermone aveva diverse scale, ma nessuna di queste era dotata di porta, si accedeva alla scala. A novembre. Il vano delle scale era lercio e cadeva a pezzi, ma la sorpresa di aprire la porta di casa… dentro c’era un altro mondo: caldo, colorato, familiare.

La casa non era molto grande: un salotto dove era appeso l’immancabile ornamento russo, ovvero il tappeto (in Russia e per quanto ho potuto vedere anche negli -stan dell’Asia Centrale, il tappeto viene sì usato a terra come da noi, ma anche appeso alle pareti per due motivi, per decorazione e per “isolamento”, diciamo così), una piccolissima cucina, bagno con lavandino e vasca di altri tempi, più stretta e alta delle nostre come una via di mezzo tra doccia e vasca, toilette con WC e la stanza da letto dei genitori. Irina dormiva in salotto con la nonna.

Irina purtroppo non parlava inglese se non due parole e così tutta la sua famiglia. Ricordo sere faticosissime, in particolare quando mi ha chiesto di non aprire l’acqua della doccia/vasca senza chiederglielo, o così mi è sembrato di capire. Mi ha accuratamente preparato un cartello in bagno con scritto “No touch, we explode“. Così io per non sapere né leggere né scrivere chiamavo sempre e indicavo la doccia/vasca quando avevo la necessità di lavarmi.

Avevo portato cibo, naturalmente, mi hanno chiesto di cucinare, altrettanto naturalmente e l’ho fatto molto volentieri. Mi avevano accolto nella loro casa, anche se non riuscivamo a parlare, erano davvero molto affettuosi, capivo dai loro visi e dalla loro voce che potevo sentirmi a casa. Non ricordo purtroppo esattamente cosa mi cucinò la madre mentre ero ospite, ma sicuramente ricordo la cena tipica con pesce crudo e birra. E poi mi innamorai del borsch – i russi restano sempre stupiti del mio amore per alcune loro specialità, vado pazza per la zuppa di barbabietola, borsch per l’appunto, per il kvas, che è una bevanda che si ottiene dal pane fermentato e per l’inimitabile burro e caviale.

Il cibo è stato un elemento chiave di questo viaggio. Non solo ho vissuto in famiglia, ma ho anche girato per scuole, istituti e orfanotrofi per andare a trovare i miei bimbi a cui avevo fatto da assistente durante l’estate. Ebbene, i russi sono così generosi che chiaramente ci hanno rimpinzato di cibo fino a scoppiare. Ricordo che un giorno dovevamo fare diverse tappe e ovunque ci avevano preparato un pasto: avevamo mangiato 5 volte! E guai a rifiutare. Lo dicevo già la scorsa puntata, non discutete MAI con un russo, mangiate e con gusto. Grazie.

Un ricordo fervido delle scuole che ho visitato è… il bagno. Nel liceo dei ragazzi che ci ospitavano – un collegio pedagogico – c’erano circa 4 turche nel bagno delle donne separate da pareti, ma… senza porte. Quindi noi si andava a gruppi di 4 e poi si faceva il conto alla rovescia per entrare insieme e finire insieme in modo che nessuna invadesse la privacy dell’altra. Abbiamo fatto lo stesso quando in una scuola non solo mancavano le porte, ma i muri che separavano le turche arrivavano all’altezza dell’anca. “3, 2, 1 e ci abbassiamo tutte insieme, ok?”

Poi ricordo l’orfanotrofio. Era in legno, le assi erano verticali e all’interno colorato di verde-acqua. Era piccolo, disordinato, sperduto nel nulla e i bambini erano tanti. Io non posso e non voglio nemmeno raccontarvi cosa ho trovato negli occhi di quei piccolini con cui avevo passato le due settimane in montagna. Il più mascalzone di tutti, piangeva, senza ritegno. L’ho seguito immediatamente. Assomigliava a Krillin di Dragon Ball, ed era adorabile nel suo essere ribelle a soli 8 anni. Lo adoravo.

Poi ricordo l’arrivo in una grande scuola, all’improvviso ci siamo trovati in un teatro pieno di gente in attesa che ci aveva organizzato una festa a sorpresa lasciandoci senza parole. Erano tutti vestiti benissimo, avevano organizzato una cena (rotolavamo ormai) di mille portate e una serie di spettacoli. Noi avevamo come sempre gli scarponi e il maglione da montagna. Che vergogna.

BalloScuola

Ricordo bene il tragitto da casa di Irina a scuola, i crateri in mezzo alla strada (vere e proprie voragini, piene di rifiuti), ricordo i suoi amici che un giorno ci hanno incontrate e l’hanno presa in giro per ore “amerikanski” le dicevano, “fai la fighetta e parli l’inglese“. Come ci soffriva lei, poverina.

Mi ricordo i tram, vecchissimi, mi ricordo dei pulmini privati che non ho mai capito come sapessero dove dovevi andare, ma ti ci portavano. Ricordo le chiese ortodosse stracolme d’oro e di fianco la capanna in legno, ricordo il Cremlino di Tula, che altro non è che il nostro Comune, con le cupole in oro.

Ricordo il museo di Samovar, un oggetto che mi ossessiona per bellezza. A Tula c’era una grande fabbrica da cui deriva il detto “Non puoi recarti a Tula con il tuo Samovar” perché lì ne comprerai uno nuovo. Magari!!! Mi maledico ogni giorno per non averlo fatto, anche se il bagaglio sarebbe diventato davvero impegnativo.

Durante questo scambio culturale eravamo anche riusciti a fare ben due gite. E che gite! In primo luogo siamo stati alla tenuta Spasskoe-Lutovinovo, la casa dello scrittore Turgenev, che all’epoca non conoscevo e che ho scoperto.

Siamo poi riusciti a visitare Jàsnaja Poljàna, la splendida casa di Tolstoj che invece conoscevo bene e di cui avevo già letto tanto e di cui apprezzavo i lavori, ma ancora non conoscevo il suo gran cuore. Nella sua tenuta aveva dato lavoro a moltissime persone. Ogni volta che dico a un russo di esserci andata mi guarda con occhi lucidi. “Vacci anche tu” dico sempre io e mi guardano come se effettivamente non fossi a cento.

JasnajaPoljana
Jàsnaja Poljàna

Una volta arrivata Tula mi ero liberata di un mucchio di regali che avevo portato per la mia famiglia ospitante e per tutti i miei bimbi e le loro famiglie, ma quel vuoto in valigia è durato davvero poco: chiunque io abbia incontrato, mi ha coperta di regali. Ricordo di essere rientrata con almeno 3 set di matrioske, 5 cucchiai in legno, svariate torte pan di zenzero con cuore di marmellata tipiche di Tula, due scatole enormi di cioccolatini, barrette e barrette di cioccolato Alienka, scatoline decorate a mano. Il padre di Irina mi ha persino regalato un berretto di rappresentanza della polizia sovietica, era il suo, lo aveva utilizzato personalmente ed era da portare a mio padre che ancora oggi lo conserva gelosamente. E poi mi hanno omaggiato di ben 3 litri di vodka tra cui una bottiglia di vodka rossa tipica della zona di Tula. All’epoca i liquidi si potevano portare nel bagaglio a mano, giravo per l’aeroporto e sembravo un po’ alcolizzata.

Ora capite perché è meglio non chiedermi se sono stata in Russia? Come faccio a non raccontarvi questa splendida avventura?

Sì, sono stata in Russia, due volte. Ed è stato emozionante.

Biglietto

5 pensieri riguardo “A.D. 2000 – viaggio a Tula, Russia. Seconda Parte

    1. Idem Franco, è la prima volta che trovo qualcuno che ci sia stato. Ti ringrazio per il link, il progetto è molto interessante ed è stato emozionante vedere foto più recenti di Tula. Avete in programma altre attività in merito al progetto?

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