Ricordati di nominare Dio… andando in Oman da Dubai

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di Piero Galli architettogalli@libero.it 

Carissima Laura, instancabile viaggiatrice che non ti basta il mondo, come promesso sono qui a raccontarti del mio strano viaggio in Oman, brevissimo, di un solo giorno…
Sto parlando di un’escursione fattibilissima per chi, trovandosi a passare le vacanze a Dubai, volesse fare una capatina “tocca e fuggi” nel vicino Sultanato dell’Oman. Un salto a Nizwa, antica capitale, partendo da Dubai. Il breve viaggio lo consiglio proprio, sia per la sua atmosfera da “mille e una notte… petrolifera”, sia perché fuori dal consueto circuito turistico, valida alternativa alla più gettonata Masqat. Ecco, vi racconto.
È il 2014 e mi trovo ospite, per una manciata di giorni, del mio caro amico Fabian, a Dubai Marina. Una sera mi dice: “Domani andiamo a fare un giro, scegli tu dove: Oman o Yemen?”. Scelgo l’Oman, che mi sembra più tranquillo… Decidiamo così di alzarci presto all’indomani e di intraprendere un bel viaggio in auto, toccata e fuga, con rientro in tarda serata.
Già dall’Italia avevo dato un’occhiata ai dintorni, provando interesse per l’antica capitale Nizwa, un po’ fuori dalle comuni mete turistiche, nell’entroterra desertico. Partendo da Dubai il confine con il sultanato dista circa 150 km. Superata la dogana, per giungere a destinazione ci sono ancora 290 km, da percorrere in comoda strada nel nulla. Il tempo di percorrenza previsto è di 4 ore e mezza, senza ovviamente calcolare soste e imprevisti, il primo dei quali arriva subito, il mattino della partenza.
Fabian, ingegnere nel settore petrolifero, ha una grossa Mercedes classe S 3000, che negli emirati è piuttosto diffusa e soprannominano Shabbah (spirito). Ebbene, Fabian prova ad avviarla ma… niente. Batteria a terra. Per fortuna il mio amico non è il tipo che si tira indietro: fa portare i cavi dal guardiano del parcheggio e l’auto viene in qualche modo avviata. È così che partiamo per percorrere circa 1.000 km di deserto e visitare l’antica capitale, oggi cittadina di meno di 80.000 abitanti, nota per le sue coltivazioni di datteri, la fortezza e il suq.
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Da Dubai si esce facilmente in direzione Al Ain. Basta imbroccare il ramo giusto della tangenziale. Se si sbaglia, per rimediare si devono percorrere molti km. Dubai è fatta così. Ma ci va subito liscia e la prima sosta, poco fuori città è ad un benzinaio dove, per precauzione, Fabian non spegne il motore dell’auto. In pratica, a motore acceso, si attacca la pompa finché il serbatoio è pieno. Il paesaggio verso l’Oman è un mix di quartieri periferici, spazi desertici e installazioni industriali. C’è anche un piccolo eliporto/aeroporto dove i turisti vanno a prendere il volo.
Arrivati al confine azzardiamo lo spegnimento del mezzo. Grande rischio…
Fabian è di origine palestinese e ha studiato in Siria, quindi parla un buon arabo e grazie a lui non è difficile sbrigare le pratiche di confine per passare oltre. Ci controllano i passaporti e paghiamo una piccola assicurazione per l’auto. Le impiegate della dogana sono donne gentili, velate, con le braccia e le mani ricoperte di disegni decorativi all’henné. L’auto, miracolosamente, si riaccende e siamo in Oman.
Mentre a sinistra si estendono rilievi aspri di media altitudine, a destra è pieno deserto. A distanza regolare, cartelli scritti in arabo dicono: “ricordati di nominare Dio”. Ovviamente, non per imprecare…
Ci sono anche sistemi “autovelox” ma Fabian accelera incurante dell’eventuale sanzione (infatti, a distanza di mesi, gli saranno recapitate a Dubai alcune multe dall’Oman).
Ibri è il primo centro che attraversiamo, poi, in generale, la strada è piuttosto monotona, con qualche casa sparsa, un po’ di caprette, qualche cammello… Insomma giungiamo a Nizwa e, sulla destra, prima di imboccare la rampa di raccordo per il centro, una bella moschea è in costruzione, tutta in cemento armato. Poco più avanti, è in fase di realizzazione anche un portale di accesso alla città, come un arco di trionfo. Insomma, sembra che stiano rinnovando l’aspetto architettonico del luogo, in senso monumentale, soprattutto nella zona di accesso.
È il primo pomeriggio quando, dopo uno spuntino veloce, parcheggiamo l’auto nell’ampio piazzale che si estende sul versante est del centro storico. A due passi da noi, vediamo l’antica moschea Sultan Qaboos e il forte seicentesco che, restaurato nel 1998, appare come un grosso torrione difensivo, circondato da basse costruzioni accessorie.
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Sono le prime ore del pomeriggio, quelle più calde. In giro c’è pochissima gente. Le uniche donne sono alcune turiste di tipo occidentale, una delle quali parla un forbito arabo classico che fa sorridere il mio amico. Nell’attesa dell’apertura del forte, prendiamo un caffè e ce lo servono accompagnato da un dattero locale, piccolo e zuccheroso. Nel retro della fortezza, ruderi di un antico edificio mi rivelano la natura del costruito: mattoni crudi induriti al sole, uno sull’altro, con una malta d’argilla che si sgretola.
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Entriamo nel forte. Il museo interno ospita armi, arredi e indumenti della storia locale, comprese delle interessanti maschere di ferro per burqa che pare si impieghino ancora nelle periferie desertiche dell’Oman… Sembrano elmi di armature medievali, o accessori per torture sadomaso, o museruole metalliche per bestie fameliche. Ne vendono anche, come souvenir, nelle botteghe lungo la strada.
Tortuosi passaggi ci conducono in sommità, dove ci sono le bocche dei cannoni. Dalla cima del forte la vista spazia su un’area estremamente ampia, in tutte le direzioni, rivelandoci l’effettiva natura del luogo: siamo in un piccolo centro di una grande oasi irrigata, coltivata a palme da datteri, nel mezzo di friabili montagne rocciose.
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Scendiamo nel suq. I negozi sono molto “turistici”. Cerco di acquistare un tasbeeh, il “rosario” degli arabi, ma non ne trovo di buona fattura. Sanno tutti un po’ di “cinese”… Ottime invece le qualità di incensi e mirra.
Il suq è una via, o due, con negozi, che si estende per qualche centinaio di metri, terminando nel bel mercato del pesce. Qui gli uomini tagliano, sfilettano, lavano, scelgono e portano a casa in borsine bianche. Bello da vedere, molto autentico e pittoresco. Anche il pesce sa di fresco, senza abbattimento, surgelazione, menate, italianate, europeate…
Tre i turisti: io, Fabian e un cow boy. Scattiamo un po’ di foto senza che nessuno ci dica niente, ma, ahimè, è già l’ora di ripartire, se vogliamo essere a Dubai in tarda serata, per la cena.
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Torniamo al parcheggio e, potevamo aspettarcelo, la Mercedes Shabbah non ne vuol sapere di riavviarsi. Fabian cerca una batteria in un negozio di ferramenta ma… niente. Parla con i vicini di parcheggio, alcuni arabi in bianco, che prendono i cavi e ci riaccendono il veicolo. Gentilissimi e rapidissimi.
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Lasciamo la piccola e bella oasi portando con noi qualche grano di incenso, carboncini e bruciatori in terracotta. Mi sarebbe piaciuto acquistare anche il tipico abito da cerimonia, kandura, ma lo fanno solo su misura e, nel suq, il sarto avrebbe impiegato troppo tempo. Non demordo e il buon Fabian, molto paziente, mi asseconda. Ci fermiamo così, poco fuori città, parcheggiando l’auto, ma senza spegnerla. In pratica entriamo in un negozio di sartoria, lasciando fuori l’auto a motore acceso, per non rischiare di rimanere bloccati in Oman. Un po’ diffidenti, due commessi mi prendono le misure e mi propongono l’acquisto di un abito già pronto. Si tratta di un vestito bianco, tradizionale, dimenticato da un cliente che non lo ha mai ritirato. Lo provo ed è perfetto, anche se poi Fabian mi spiega che sono pignolissimi nel valutare la lunghezza dell’abito, in quanto ci sono significati vari, legati al rango, ecc.
Usciamo e saliamo nell’auto che, brava brava, ci attendeva accesa. Cala il sole con un bel tramonto nel deserto, quando giungiamo alla frontiera. Fabian, giustamente, non si fida a spegnere il motore. Quindi andiamo a sbrigare le pratiche di uscita, con l’auto sempre accesa all’esterno.
Siamo di nuovo negli Emirati Arabi. È tardi. Sono passate le 10 di sera quando decidiamo di fare una sosta, per la cena, nei pressi del mall di Emirates (dove ci sono le famose piste da sci al coperto). Mercedes 3000 rimane fuori ad aspettarci con il suo bel motore acceso. Il piatto principe, di cui Fabian va ghiotto, è un dolce tipico: knafeh. Si tratta di una pasta al formaggio con sciroppo di zucchero e acqua di fiori, molto gustoso. Dopo un paio d’ore che pasteggiamo, ad un certo punto, ci viene in mente l’auto: fuori, a portiere aperte, con un tablet sul sedile e il motore acceso da Nizwa… Ovviamente siamo a Dubai, dove la parola “furto” non è contemplata e dove la benzina costa assai poco.
A chi volesse intraprendere la stessa escursione, dò tre consigli utili: meglio saper parlare l’arabo, meglio essere uomo, meglio tenere in macchina una batteria di riserva, possibilmente carica.
Ah, dimenticavo il consiglio più importante: ricordatevi di nominare Dio!

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