Corea del Sud: metti un giorno e mezzo a Busan

Sono arrivata a Busan con il favore delle tenebre e con il treno KTX da Seoul. Per tutto il viaggio mi sono chiesta se e come sarebbero arrivati gli zombie. (Se non avete visto il film “Train to Busan” vedetelo)

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Per viaggiare con questo treno ho fatto il Korail Pass che copre 5 giorni, sostanzialmente un pass che consente di viaggiare liberamente e quanto volete sulle linee ferroviarie coreane. Ho scritto tutto quanto qui. Con il treno KTX che parte dalla stazione centrale di Seoul, ci sono volute 2 ore e 40 minuti, tempo che ho impiegato (oltre che a pregare che non arrivassero zombie) a scrivere questo articolo, per non dimenticarmi nessun prodotto visto e provato.

Ho prenotato un piccolo albergo vicino alla fermata della metro linea 1 arancio Jungang, a una fermata dalla stazione di Busan. Mi trovo sempre meglio a stare vicino alle stazioni, così non devo movimentare troppo il bagaglio. La base è perfetta per girare, però non vi lascerò il nome dell’albergo perchè non mi è piaciuto molto e anche qui ho rischiato la polmonite.

Ripeto che però la zona è molto valida e piena di alberghi, l’unica cosa è che i prezzi sono più alti di Seoul visto che questa località é vacanziera, soprattutto d’estate.

Busan ha diverse linee di metropolitane e infiniti autobus. Per girare è sufficiente la Tmoney, la carta prepagata per i trasporti che è valida in tutta la Corea. Usare gli autobus non è facile perchè le fermate sono in coreano, idem gli orari e tutto il resto, però non è impossibile. Cercate su internet come arrivare alla località che vi interessa, è sufficiente il numero dell’autobus e poi con il gps seguite il percorso e scendete dove dovete, c’è bisogno solo di un po’ di attenzione in più. Ripeto, non è impossibile.

La mattina successiva al mio arrivo mi sono svegliata molto tardi, è la prima volta da 20 giorni a questa parte che non imposto la sveglia. Meraviglia. Esco alle 10.30 (è molto tardi per un turista) e mi dirigo al mercato del pesce di Jagalchi.

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In realtà non mi limito al mercato coperto, ma mi intrufolo praticamente ovunque: dove scaricano il pesce, dove scaricano il ghiaccio, dove puliscono il pesce. L’importante in questi posti è non essere d’intralcio, qui la gente lavora e lo fa per guadagnarsi il pane quindi non gliene frega niente se vuoi fare due foto. Sto attenta e chiedo di poter fare delle foto solo quando i venditori sono annoiati e ben disposti e solo quando i pesci mi sembrano così strani da essere preistorici. Mio padre – che è un esperto – mi ha chiesto di scattare più foto possibile. Mi raccontava che nel mare tra Corea e Giappone ci sono dei pesci endemici molto particolari che non si trovano da nessuna altra parte del mondo. Provo a chiedere qualche nome, mai sentiti prima.

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Quello a righe verticali bianche e nere si chiama Rock bream (Barred knifejaw).Quello sotto color ocra appartiene alla famiglia dei Flat Fish, il suo nome in inglese è Turbot.

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Ci sono pochi tonni, probabilmente a quest’ora sono già stati venduti, ma in una delle vasche con acqua marina ne vedo uno, è enorme, mi fa un guizzo proprio davanti agli occhi. Sarà stato lungo un metro. So che non è enorme per essere un tonno, ma era vivo e natante.

Ci sono anche pochi uomini che vendono il pesce, tra cui uno con il suo computer portatile Samsung (che si pronuncia Sanson, come il gelato) che si fa i fatti suoi e poi tutte donne, tutte bellissime, tutte truccatissime con i loro guanti lunghi puliscono il pesce, rimettono al loro posto i polipi che vanno un po’ qui e un po’ là, tengono l’ambiente immacolato.

Proseguendo si incontra un mercato all’aperto dove si vende pesce, frutta e verdura e carne. Mi fermo ad assaggiare zuppa di pesce e anguilla grigliata, eccellenti.

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Non mi basta, tutto qui mi fa venire fame di nuovo. Voglio assaggiare quella zuppa che vedo in qualche negozietto. Entro in questo ristorante extra lusso che è fantastico, chiedo alla signora di poter assaggiare entrambi i suoi piatti e così mi fa uno sconto e mi porta al tavolino: zuppa di fegatini con germogli di soia, verza e patate (aveva un colore mite, ma era piccantissima, ravanando ho trovato un peperoncino intero all’interno, ma dopo le lezioni di cucina dei miei amici calabresi io sono a posto, mangio tutto – tranne i pomodori, ma quello è un altro discorso), cotiche di maiale in umido che nonostante il colore non sono piccanti, sono deliziose, si sciolgono in bocca. Poi mi porta delle grandi foglie di insalata, qui c’è l’abitudine di portare al tavolo tanti piattini da condivedere, la foglia di insalata serve per fare l’involtino con il kimchi e la cotenna. Poi c’è una ciotola con un salsa piccantissima, un’altra con pezzi di finocchio e spicchi d’aglio interi e ovviamente kimchi. Spazzolo tutto come mio solito.

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La signora si siede di fianco a me, usiamo l’applicazione Papago per parlare, mi chiede da dove vengo. Quando dico Italia non se l’aspetta proprio. Resta stupita. Le chiedo se ci è mai stata, mi dice di no che però è stata in America, in Cina, tante volte in Giappone. Le chiedo in giapponese se parla giapponese. Lei ancora più stupita mi dice di sì e finalmente iniziamo a capirci, chiaccheriamo e mi appoggia una mano sulla spalla, mi dice “Continua a mangiare che sennò si fredda“, è super premurosa. Si alza e controlla dalla distanza che tutto mi piaccia. La ringrazio a non finire, basta poco per abbattere i muri.

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Prossima tappa: il tempio sull’acqua Hadeong Yonggungsa. Avviso che ci vuole più di un’ora per arrivarci, forse un’ora e mezza. Ho preso un autobus a caso da Nanpodong e sono scesa alla stazione di Busan dove prima sono salita sulla linea 1 della metro e sono scesa a Seomyeon dove ho cambiato linea prendendo la 2 fino alla stazione di Haeundae. Qui ho preso l’autobus 100 (va bene anche il 181), la fermata viene annunciata anche in inglese perchè il tempio è molto visitato dai turisti.

Poi a piedi si raggiunge il tempio che è semplicemente meraviglioso, potete averne un assaggio da un paio di miei video: il primo lo trovate qui e il secondo è qui. Il momento migliore della giornata è il tramonto perchè dà direttamente sul mare, cosa rara in Corea per un tempio. È molto frequentato a Capodanno quando si viene a pregare oppure in primavera per vedere la fioritura dei ciliegi.

C’è una pagoda, diversi templi ricostruiti circa 40 anni fa che riproducono fedelmente i disegni originali. Pare che la prima “edizione” del tempio risalga al 1300. C’è anche una grande statua d’oro di Buddha seduto e un sentiero costellato di lanterne in pietra.

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Rientro a Haeundae e mi faccio un giro tra le decorazioni di Natale mentre chiamo casa.

La mattina seguente esco di nuovo alle 11 – è bellissimo fare tutto quello che mi pare con il mio solo ritmo – e il mio piano a casaccio per oggi è: parco di Taejongdae. È un’enorme area che si trova nell’isola di Yeongdo. Per arrivarci dalla stazione dovete prendere l’autobus 88 o 101, capito? Non 101.1, ms 101. Arrivate fino al capolinea e scendete a Taejongdae Rocky Cliff. Ci vorrà una mezzoretta di autobus, più o meno.

L’autobus vi lascerà in una via piena di negozi, voi arrivate in fondo a questa via, superate la rotonda, andate dritti e fate la salita che vi porterà al piazzale da cui parte il trenino Danubi. Questo mezzo è davvero pratico, costa 3.000 Won, ma vi porta su in cima alla collina e si ferma all’osservatorio, al faro e al tempio di Taejongsa. Potete scendere e salire nuovamente sul trenino lungo il percorso. Io vi consiglio di scendere all’osservatorio e poi di andare a piedi al faro perchè si tratta di due minuti di camminata.

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Da qui, nei giorni limpidi, si vede l’isola giapponese di Tsushima che dista solamente 50 chilometri e poco più in là la grande città di Fukuoka.

Devo dire che il percorso mi è piaciuto moltissimo, il faro era pieno di scale e scalette per eplorare la zona intorno e fare foto da ogni angolo. Davvero una bella esperienza.

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Ero l’unica occidentale, mi guardavo davvero tutti, in modo molto curioso. Parecchi si sono fermati a dirmi “Hi“o mi hanno fatto un sorriso, immagino fosse perchè sto viaggiando da sola. Forse un gruppo di turisti non avrebbe colpito così tanto, ma in ogni caso ho incontrato una sola altra occidentale in tutta Busan (anche se so che ce ne sono parecchi di occidentali, forse più uomini, però) e quando mi ha vista ha fatto un salto, le è spuntato un sorriso enorme.

Comunque ho concluso il mini tour andando a piedi al tempio di Taejongsa, in un’atmosfera davvero mistica. In mezzo al bosco altoparlanti diffondevano le preghiere e il tempio era aperto, ma non c’era nessuno. Era bellissimo. Calmo, sereno, fuori e lontano da tutto. Ho fatto fatica ad andarmene, ma ormai era tardi così ho preso una stradina che mi ha portata tra orti e casine, per poi spuntare sulla strada principale.

Avevo solo un giorno e mezzo e questo è quanto sono riuscita a fare, mi piacerebbe tornare nel mese di ottobre quando la città ospita il Busan Internationl Film Festival,  appuntamento molto atteso in questa parte di mondo.

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