Torino. La città-maratona

Torino.

Solo a pronunciarne le lettere piano piano mi viene la pelle d’oca. Torino è la città del mio gruppo preferito. Il fatto è che quando mi piace qualcosa, mi piace davvero tanto. Li seguo da 20 anni, da quando ci sono, li ho visti in concerto in ogni dove. Sono stata a 17 concerti dei Subsonica.

Loro per me sono tanto, mi hanno aiutata pur non sapendolo nel più periodo più brutto di tutti. Loro c’erano. Loro sono parte di me.

Quando vado a Torino nella mia testa risuona continuamente un ritornello:

Un altro giorno un’altra ora ed un momento
Dentro l’aria sporca il tuo sorriso controvento
Il cielo su Torino sembra muoversi al tuo fianco
Tu sei come me

Un altro giorno un’altra ora ed un momento
Perso nei miei sogni con lo stesso smarrimento
Il cielo su Torino sembra ridere al tuo fianco
Tu sei come me

Questo per dire quanto mi piaccia andare a Torino. Per me è magica.

Ultimamente poi ci vado davvero spesso, è una specie di seconda casa da quando una coppia di amici si è trasferita lì e io sono la zia Lalla della mia fantastica nipote-principessa.

Ogni volta che vado a Torino io spero di incontrare Samuel, il cantante dei Subsonica. Ho costantemente le dita incrociate. Sia che andiamo dal salumiere, al supermercato, in farmacia. Io ho sempre le dita incrociate e dico sempre agli amici “Magari c’è Samuel“.

Mi sono vestita bene e avevo le dita incrociate anche quando abbiamo portato la bimba alla Fattoria del Gelato, un posto incredibile pieno di animali, un tripudio di bambini che giocano con il fieno e una gelateria. Ecco. Anche lì speravo di incontrare Samuel. Purtroppo non c’era. Non capisco perchè.

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Fiori alla Fattoria del Gelato

Non c’era neanche all’Agriturismo La Vigna di Rivoli, non c’era alla festa dei pompieri in piazza a Rivoli, non c’era all’Abbazia di San’Antonio di Ranverso (che purtroppo è chiusa, ma è un vero spettacolo), né tantomeno c’era al Bar La Zanzara (carinissimo il posto, faceva ancora freschino per le zanzare, per fortuna)… ma io, caro Samuel, non demordo!

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Dal Castello di Rivoli
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Scorci di Rivoli
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Lago Piccolo di Avigliana

Quindi in questi mesi abbiamo girato i dintorni di Torino perchè ci abbiamo provato ad andare in città, ma ogni singola volta che vado a trovare gli amici c’è… la maratona!

Ogni volta gli auguro che finisca come la Coppa Cobram.

Non che abbia niente di particolare contro le maratone. Semplicemente ogni volta mi impediscono di andare a Torino perchè la città è intasata. Tutto qui.

Un giorno però non ci siamo persi d’animo e abbiamo detto “Ci andiamo lo stesso, con i mezzi!” Visto che oltre alla maratona, era anche una domenica ecologica.

Quanto mai.

Ed è di questa avventura che vi racconterò oggi.

Prendiamo la macchina, parcheggiamo a un km dalla stazione della metro “Paradiso”. Sì, a Torino c’è una metropolitana, prima che gli amici ci si trasferissero ci ero stata una sola volta – nel 2004 – e la metro non c’era ancora. Confesso dunque la mia ignoranza.

Nonostante il nome Paradiso, la fermata si rivela un inferno. Abbiamo un passeggino, il lato della strada in cui siamo ha solo le scale per accedere all’ingresso. Niente. L’ascensore è dall’altro lato della strada. Sì, di Corso Francia! Corso Francia è il corso più lungo d’Europa. È enorme, tre corsie per ogni carreggiata, c’è traffico e le strisce pedonali sono ad altri km di distanza. (Veramente chilometri)

Riusciamo ad attraversare, prendiamo l’ascensore e… sorpresa! C’è una fila di circa 100 persone – se non di più – che cercano di fare il biglietto ad un’UNICA macchinetta funzionante. È impossibile. Che si fa?

“Prendiamo l’autobus!” C’è la fermata proprio di sopra. Di sopra? Quindi prendiamo l’ascensore e rischiamo di nuovo la vita nell’attraversamento di Corso Francia.

Fermata dell’autobus. “Beh, guardiamo gli orari” dico io, povera illusa. Non si capisce una mazza. Gli autobus arrivano e vanno quando ce ne hanno voglia loro, ma almeno sappiamo che linea dobbiamo prendere e aspettiamo.

Nel frattempo succede di tutto. Un gruppetto di signori di mezza età continua a discutere del fatto che nessuno di loro ha il biglietto, un’agitazione che stanno agitando anche me. “Se arriva il controllore stiamo uniti e gli diciamo che c’era la fila alla metro, che bla bla“. Se lo ripetono in continuazione. Ho la nausea.

Arriva un autobus, non è il nostro. Scende una signora. Noto che ha un passeggino strano. Lei sarà una protagonista di questa storia, ma per il momento si allontana.

Intanto il gruppetto continua a motivarsi che bisogna fare muro contro il controllore e cercano continuamente di arruolare gente nelle loro schiere. Cercano il contatto visivo con noi per attaccare la solfa, noi guardiamo altrove, i tombini guardiamo, piuttosto. Torna la signora con il passeggino strano, parla al telefono, ha un accento sudamericano, dice “Non c’è più, non so dov’è“. Poi piange, attraversa Corso Francia continuamente rischiando la vita. Cerca il cagnolino, l’ha perso.

Viene da noi. “L’avete visto?” “No signora, ci spiace”. Dei volontari la accompagnano a cercare il cane, mentre la banda del biglietto si avvicina e ci chiede “Come facciamo senza biglietto?” Sbrodolano che hanno chiamato il numero verde, non risponde nessuno.

Arriva l’autobus, saliamo, la banda del biglietto chiede al conducente e lui dice: “Oggi è domenica ecologica, non serve il biglietto per i mezzi”. Oh, finalmente. E sale anche la signora che ha perso il cane e singhiozza (poverina, che dispiacere) il gruppetto riottoso del biglietto e fortunatamente abbiamo una bimba piccola con noi, ci fanno sedere. Meglio perchè il viaggio si rivelerà interminabile, soffocante di caldo, tre quarti d’ora per arrivare in centro a Torino (magari c’è Samuel).

La signora senza cane chiede di scendere alla fermata successiva che deve cercare il cane, l’autista scende, confabulano, tutto l’autobus è interessato. La banda del biglietto è seduta alle nostre spalle, criticano “non si dovrebbe lasciare solo un animale di piccola taglia, te lo rubano“. Ho l’ansia. Queste due zabette mi fanno agitare. Poi mi picchiettano su una spalla (te la mangio quella mano se ci riprovi) e mi chiedono come facciamo se arriva il controllore.

Vorrei urlare.

La vecchietta del sedile a fianco mi chiede qual è la fermata di Via Pescatori. “Non lo so signora, non sono di Torino. Mi dispiace.” E lei attacca: “Mi ricordo che una volta si scendeva prima perchè c’erano i lavori all’altezza di via...” Voglio urlare di nuovo. La signora richiama di nuovo la mia attenzione. “Sa se questo autobus ferma a Piazza Mercanti?” Ma come glielo devo dire Signora mia bella che non sono di Torino???

Cerco di parlare con la mia amica a fianco, ma veniamo continuamente interrotte dalla banda del biglietto che si inserisce nelle nostre conversazioni.

Finalmente arriviamo in centro, sto aspettando di scendere dall’autobus e la banda del biglietto mi si avvicina di nuovo “comunque è stato bello vedersi“. Non ricordo esattamente cosa mi avessero detto, ricordo che suonava ammiccante e mi ha dato il disgusto.

Però che bella Torino, che città ‘imperiale’, passatemi il termine. Si vede immediatamente che era una città di rappresentanza. I viali ampi, i palazzi importanti.

E i maratoneti. Sono miliardi. Si fa fatica a camminare.

Piazza San Carlo non l’avevo mai vista,  quando ero stata a Torino la città era tutta un cantiere in vista delle Olimpiadi invernali del 2006. Piazza San Carlo all’epoca era completamente recintata. Ora invece è rosa perchè anche la maratona è rosa. È tutto rosa.

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Stiamo poco, fa molto freddo, la bimba è stanca e si fa fatica a passare in mezzo a tutto quel rosa (tenevo comunque le dita incrociate nella tasca del cappotto, sicuramente Samuel era andato alla maratona del rosa) così decidiamo di fare una mossa furba: comprare i biglietti della metro in un’edicola evitando l’incubo macchinetta, i cani che si perdono, le bande dei biglietti e i drammi. Saremmo tornati in metro.

Saliamo a Porta Nuova, o meglio cerchiamo di salire perchè la stazione è un tripudio di folla e scopriamo che le porte della metro le hanno temporizzate Topolino e Topo Gigio insieme durante un summit sulla sicurezza di ‘sta cippa. Le porte si chiudono troppo presto, sembra che non abbiano sensori, la gente rischia di perdere arti come nella scena degli 88 folli di Kill Bill “Lasciate i vostri arti, ora appartengono a me!“. Tra questi il mio amico con in braccio la bimba. Il panico. Una scena orribile che non auguro a nessuno.

Sopra ci si sta a fatica, c’è caldo, la gente spinge, c’è chi inizia a litigare e giù parolacce. In Italia ormai la parolaccia è subito dietro l’angolo. Non c’è pazienza mai. Né comprensione, né empatia. 

Ridiamo gli amici ed io, ci ridiamo su. Diciamo che non avevamo idea che la metro di Torino fosse così violenta. È chiaramente una battuta inter nos, una signora offesa ci riprende immediatamente “Io prendo la metro tutti i giorni, voi non sapete proprio nulla, è tranquilla“, lei e il suo tono piccato. Mi verrebbe voglia di dirle “Ma rilassati” e invece sto zitta, ci vuole pazienza. Sempre. La mia nonna saggia dice: “Amar an bocå, ma spüdå dols”.

Comunque io ci tornerei di corsa (di corsa ho scritto, non significa che ci tornerei per correre alla maratona) a Torino. A fare il tour nei bar storici del Vermouth, a vedere l’alba ai Murazzi, ad essere:

Perso nei miei sogni con lo stesso smarrimento
Il cielo su Torino sembra ridere al tuo fianco

Non so voi, ma io ci torno tra poco a Torino. Spero in un’altra avventura!

2 pensieri riguardo “Torino. La città-maratona

  1. …è bellissimo leggere di Torino da chi di Torino non è (se non ho interpretato male il post) 🙂 ogni grande città ha i pro e i contro, è soggettivo, io che ci vivo (accanto) molte realtà che hai raccontato le affronto quasi ogni giorno (maratone comprese XD ) e si, però ha il suo fascino, assolutamente 🙂 p.s. quando torni, se hai bisogno, son qui 😉

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    1. Grazie mille per il commento e per la disponibilità, mi farò viva senz’altro! Sono felice che si capisca quanto mi piace la tua città. Queste sfortunate coincidenze potevano succedere ovunque, ma non hanno messo alla prova la mia voglia di approfondire la conoscenza di Torino. Anzi… 🙂 pensa che i miei amici neo-torinesi sono dei giappo fan proprio come noi. C’è un’associazione di amanti del Giappone a Torino?

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