Viaggiare con secchiate di pioggia

 

Guatemala. Agosto 2013.

Bellissimo.

Umidissimo.

Il Guatemala è situato in America centrale, una zona equatoriale che in estate scatena tutti i suoi malumori. Quindi, tutti avvisati. Anche io ero avvisata, ma sono partita lo stesso. Ed è stata un’esperienza. Ho imparato anche qui ad arrendermi.

Si dice che le persone più forti siano quelle che lottano e ottengono, io non sono d’accordo, le persone più forti sono quelle che sanno quando è il momento di alzare bandiera bianca. Ammettere una sconfitta è molto più difficile che vincere, no?

Questo fai quando la pioggia ormai non ti lascia tregua. Abbassi il capo e grondante continui il tuo viaggio, sai che difficilmente tornerai in quel luogo e allora perchè farsi rovinare l’esperienza?

I primi giorni in Guatemala li abbiamo passati nella giungla dove in realtà la pioggia era gestibile. Lo sapevamo. Arrivava verso le 16, le 17. Sapevamo che dovevamo essere al sicuro dal tardo pomeriggio in poi e ci siamo organizzati.

Una sera abbiamo visitato il mitico parco archeologico di Yaxhà, dove c’è il famoso tempio maya 216 che non si può non scalare per vedere il panorama mozzafiato. Ebbene, erano le 15.30. Quei seicento miliardi di scalini li ho fatti di corsa, sono arrivata in cima, il cielo era nero, ma quel nero che sembra l’Apocalisse. Mi sono fatta un autoscatto per un mio progetto (tipo il nano di Amèlie) e avevo il viso arancione, sullo sfondo il verde brillante della giungla, il verde menta dell’acqua impetuosa della laguna e il nero fine del mondo del cielo. – No. Non pubblicherò quell’autoscatto neanche sotto tortura.

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L’Apocalisse incombe sul tempio 2016 del sito di Yaxhà

Quelle scale non le ho viste nemmeno in discesa, sentivo i goccioloni sulla pelle, goccioloni grandi come palline da ping pong. Ci lanciamo sull’autobus e via, giusto in tempo per vedere il mondo esterno inghiottito dall’acqua.

Quello non era davvero niente.

La prima sera a Livingstone, io e la mia compagna di stanza, ci siamo godute la sera caraibica sul balcone della nostra stanza. Davanti a noi il mare, un giardino meraviglioso ricolmo di palme. Inizia con un venticello, poi pioviggina, piove un po’ più forte e la storia finisce che rientriamo in stanza un attimo prima che un’onda d’acqua ci venga completamente addosso. Il mare non si vede più anche se è a pochi metri. Le palme ci fanno “ciao ciao”. Ciaone, palme.

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Ah, il bel sole dei Caraibi a la Playa Blanca di Livingstone

Il peggio è arrivato in zona lago Atitlán. Ogni singolo giorno a una cert’ora infilavo la reflex nella sua custodia e in un sacchetto di plastica, così come il cellulare, tiravo fuori un blando k-way, me lo mettevo (l’ombrello non serve a una cippalippa) e poi arrivavo in albergo fradicia. Tenete presente che il lago Atitlán si trova a 1.500 m slm, freschino, non è che si va in giro in costume e infradito.

Una sera torniamo dal giro del lago in barca. Piove come se non avesse mai piovuto. Lo zaino (che io solitamente copro con il telino impermeabile) è fradicio, il k-way inutile, i vestiti zuppi, i jeans hanno altrettanto inutili (e ridicoli) risvoltini e le scarpe soffrono. Sto tornando all’albergo e a pochi metri dall’ingresso, per strada, trovo un fiume. Si è formato con la pioggia. Non un rigagnolo, non una pozza, un fiume profondo, largo e lungo. Che faccio? Medito. Se faccio il giro mi perdo e mi lavo il triplo, se attraverso “Addio scarpe”, ma l’alternativa è di dormire qui in mezzo alla strada. Sai che c’è. Entro.

Sento l’acqua fredda entrare tra le pieghe delle scarpe, sento i calzini pesanti. Il fiume mi arriva a metà polpaccio. Lo guado con sofferenza, l’acqua è gelida e dietro di me vedo gli amici che stanno cercando di prendere una decisione. Faranno tutti come me. Corro in albergo, le scarpe pesanti come piombo.

Un temporale ai Caraibi è come finire in piscina vestito. E con la reflex.

La mattina successiva infilo le scarpe, ma è come mettere i piedi in un acquario. Pace. Sono le uniche che ho. Gli amici non sono messi meglio. Cigoliamo come un branco di vecchi cartelli stradali arrugginiti che il vento tortura. E sarà così fino a fine viaggio. Cigolii. Cigolii e snac snac ovunque.

Da quella sera è cambiato tutto. Non importava più.

Da allora è cambiato tutto. Da quando ho infilato i piedi nel fiume. Ero libera.

A questo volevo arrivare: è acqua. Si asciuga. Se non hai niente da perdere (reflex sempre in tripla borsina di plastica) sei libero.

Arriviamo a Chichicastenango ed è ancora una doccia, per strada la sera scorrevano fiumi. Arriviamo ad Antigua e ormai indossavo il risvoltino perenne dei pantaloni ad altezza ginocchio. Mi ricordo che alle 16 iniziava inesorabilmente a piovere. Ricordo che iniziava di botto, tutta insieme e non smetteva neanche un attimo fino alle 5 del mattino. Ricordo il cielo limpido all’alba. Ricordo che le strade erano inondate, ma non ci importava più niente.

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Ah, che cielo sereno. Oggi sole, eh!

 

Tutta questa prosopopea per dire: chissenefrega.

Eppure vorrei con tutto il cuore tornare a quel viaggio e non sapere che pochi mesi dopo sarei stata felice come poche altre volte nella vita. Come lo vorrei. “How I wish

E adesso una carrellata di soleggiate immagini guatemalteche:

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10 pensieri riguardo “Viaggiare con secchiate di pioggia

  1. È capitato anche a me in alcuni viaggi in Cina. In realtà, mi è capito quasi ogni volta mi sono mossa da Pechino per visitare qualche altra città, forse ho la mia nuvola personale come Fantozzi.
    Sicuramente il viaggio più “acquoso” di tutti è stato a Guilin e Yangshuo di qualche anno fa… le scarpe fradicie (che non ho rimesso per niente in valigia), i vestiti che non si asciugavano mai per l’umidità. Dopo il primo giorno di diluvio universale, io e la mia amica abbiamo optato per andare in giro in infradito e pantaloncini corti. Era estate e così ci siamo evitate di andare in giro tutto il giorno con vestiti e scarpe perennemente zuppi, quando smetteva di piovere riuscivamo ad asciugarci subito, però credo che questa opzione per il Guatemala non è per nulla fattibile! 😉

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      1. Eh, per il momento ho scritto solo un post sulla Cina. Vorrei essere più prolifica e riuscire a scrivere un post a settimana alternando Cina e Corea, ma sono una persona super pigra… quindi se riesco a scrivere due post al mese è tantissimo e va sempre a finire che scrivo della Corea perché i ricordi sono “freschi”, se così si può dire. 😥 Spero di riuscire a scrivere un po’ alla volta senza arrivare a tempi biblici 😉
        Scusa se rispondo dopo quasi un mese!

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    1. Grazie mille Silvia, scatti carichi di pioggia 😀 Dalle mie parti si dice “il male che hai voluto, è un peccato non goderselo” visto che lo sapevo prima di partire. Ne approfitto per farti i complimenti per il blog, è davvero bello e completo. Ti seguo sempre con piacere!

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