Indonesia: quello strano strano posto che è Tana Toraja

In uno dei miei ultimi blogpost ho descritto a grandi linee l’itinerario del mio viaggio in Indonesia. Prima di tutto per me è doveroso avvertire chiunque dia un’occhiata a quel programma che il mio viaggio contemplava davvero poco mare. Ho appositamente scelto di combinare a Bali l’isola di Sulawesi, sicuramente meno turistica, ma molto affascinante.

Sulawesi durante l’epoca coloniale era territorio portoghese e da qui aveva preso il nome di Celebes che ancora si può trovare scritto in qualche libro. È un’isola enorme, corrisponde più o meno alla metà dell’Italia come superficie – Wikipedia mi informa che é l´11ma isola al mondo per dimensioni – e ha 16 milioni di abitanti. L’Indonesia ha la caratteristica di essere formata da sole isole (più di 17.000) e 5 di queste sono le principali: Giava, Sumatra, Kalimantan, Nuova Guinea e Sulawesi. Ognuna è totalmente diversa dall’altra, come già scrivevo nella precedente puntata. Tra l’altro l’Indonesia si trova persino a cavallo tra due continenti: quello asiatico e quello australe rendendola di fatto “bipolare” soprattutto per flora e fauna, tigri da un lato e coccodrilli dall’altro.

Bali e Sulawesi non c’entrano dunque nulla l’una con l’altra. Induista la prima, musulmana la seconda, il che influenza notevolmente il paesaggio perchè a Bali non è possibile fare due passi senza incontrare un tempio e diventa un’abitudine trovarne di continuo. Sulawesi è sicuramente meno caratteristica da questo punto di vista. Piú “ordinaria”, passatemi il termine. Finché non arrivate a Tana Toraja che é una piccola regione dell’isola ed é un vero regno di stranezze. Questa zona non è musulmana, ma cattolica protestante per la maggioranza della popolazione in connubio con antiche tradizioni religiose tramandatesi nei secoli.

Il viaggio

Si arriva all’aeroporto di Makassar (che per vent’anni è stata chiamata Ujung Pandang, durante la dittatura di Suharto), città che dà il nome a un tipo di ebano molto pregiato, l’ebano macassar. Detto questo non ci siamo per nulla fermati in città perchè pare non ci sia nulla di particolare da segnalare e perchè ci aspettavano 8 di autobus in direzione Tana Toraja.

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Questa regione è così particolare da essere ancora meta degli antropologi di tutto il mondo che studiano le peculiari abitudini mortuarie della regione. Non è l’unica caratteristica. Quando si arriva a Rantepao, il capoluogo della provincia, si nota immediatamente un portale che ha la forma delle case tradizionali della zona. Il tetto ricorda sostanzialmente una barca rovesciata ed è ancora molto comune costruire edifici con questo stile, anche se la costruzione è molto elaborata e a base di bambù. Oggi si preferisce la lamiera che però è svantaggiosa dal punto di vista termico. Anche molti granai sono realizzati in modo tradizionale.

C’è un intero paesino costruito con le Tongkonan (così si chiamano le case tradizionali) ed è impossibile non notare le splendide decorazioni intagliate nel legno che hanno significati ben precisi come la famiglia, il lavoro, la natura e gli animali, ci sono tutti gli elementi locali: il gallo, il bufalo, il grano e così via. Un altro aspetto ben evidente sono le corna in serie posizionate sul tronco principale che sorregge il tetto. Sono corna di bufalo d’acqua, variano in numero a seconda della posizione sociale della persona che possedeva la casa e che è venuta a mancare. A seconda del lignaggio viene ucciso un numero variabile di bufali in occasione del funerale, ma facciamo un passo indietro. La morte è un argomento importantissimo per gli abitanti di Tana Toraja.

Questo popolo ha un affetto, un rispetto e una cura spasmodici degli antenati tanto è vero che quando una persona muore viene fatta mummificare per due diversi motivi: il primo è perchè ogni anno il corpo viene riesumato, rivestito, imbellettato e portato letteralmente a spasso per il villaggio. É un modo per far rivivere i propri cari. Il secondo motivo è perchè ogni funerale della zona è un grande evento. A volte servono tanti soldi per organizzarlo e quindi molto raramente accade subito dopo la morte della persona. Ci vogliono mesi, anni, decenni prima che si riesca ad organizzarlo.

Innanzitutto vengono allestiti dei capanni dove tutti gli invitati posso partecipare al rito che prevede incontri con parenti e amici, ma soprattutto: la mattanza. Come dicevo, a seconda del ceto sociale del morto, si definisce il numero di animali da sacrificare: bufali, maiali, polli. Chiaramente il bufalo è il più costoso e ambito. Per i personaggi più importanti ne vengono uccisi anche un centinaio e più. Gli unici che si salvano sono i bufali albini considerati sacri.

Quando ero a Sulawesi la nostra guida è venuta a conoscenza di un villaggio dove si stava celebrando un funerale. Sapete, non c’è scritto su internet, non ci sono orari, non c’è nulla di certo. Assistervi è sicuramente un evento. Ci siamo avvicinati con paura. L’idea di vedere un uomo con il machete in mano che colpisce alla gola un bufalo non fa impazzire nessuno. Il mio amico Augusto lo aveva visto di persona, mi diceva di aver vomitato, mi diceva che l’odore era insopportabile, che era una scena insopportabile. Io non so se mi andava di vedere tutto questo, ero un fascio di nervi, onestamente, ma per nostra fortuna non era l’orario delle uccisioni. Abbiamo fatto visita alla capanna con il corpo del morto. Abbiamo notato tutti le grandi chiazze di sangue nel bel mezzo dello spiazzo, abbiamo visto tutti che c’erano tre bufali legati a una capanna, pronti per. Ce ne siamo andati.

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Io capisco. Capisco tutto e tutti. Capisco loro e capisco noi. E capisco che non ho voglia di dire niente. Sicuramente vi state chiedendo cosa se ne fanno di tutti questi animali. Beh, se li dividono e tutta la comunitá ne riceve una parte.

Dopo il funerale, che quindi dura giorni interi, il corpo del morto finisce invece in una sorta di cimitero. “Sorta di” perchè dipende. Abbiamo visto casse infilate nelle grotte, casse appese alle pareti rocciose, buchi scavati nella pietra. La bara può cadere e aprirsi, non importa, è il destino. L’importante è non toccare il morto, lasciare tutto così com’è. Solo nella festa dei morti (si chiama Ma’nene, si tiene ogni agosto) si potrà sistemare il tutto.

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In alcuni di questi peculiari cimiteri ci sono persino delle “bambole” in legno chiamate tau-tau che raffigurano i morti.

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Era anche tradizione, ma ora sembra che non lo sia più, di tumulare i bambini che nascevano morti in un particolare tipo di albero – scusate, non mi ricordo proprio più quale sia l’albero specifico – in cui vengono scavati dei buchi dove vengono inseriti i piccoli corpicini. La corteccia lentamente ricresce e i bimbi innocenti tornano alla natura.

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Il 17 agosto, festa nazionale

Eravamo ancora a Sulawesi, a Rantepao per la precisione, quando é arrivato il 17 agosto, il giorno della festa nazionale dell’Indonesia. Ancora stranezze. Nel bel mezzo della cittá troviamo una sfilata lunghissima di bambini. I maschi sono vestiti quasi tutti da militari, le femmine hanno un trucco pesantissimo. A 5-6 anni. La cosa strana é che nessuno di loro sorrideva o sembrava divertirsi. Mi ha fatto molta impressione.

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Il mercato di Makalé

Poi abbiamo fatto un salto al mercato di Makalé, ottimo per le scorte di riso rosso e nero, ma io vi prego, non passate dal “reparto” animali. Ho visto dei maiali che se ancora ci penso non dormo.

Strano posto quello di Tana Toraja.

 

Un solo appunto sul viaggio di rientro verso Makassar. 8 ore di autobus a velocità folli. Purtroppo la strada non è tutta asfaltata. A volte lo è, mentre a volte è sterrata. A ogni cambio strada (ogni 2 km) l’autista frenava in modo artistico. Ciao nausea, ciao!

Foto di Sulawesi

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