Benvenuti in Africa 2. Viaggio in Togo, 2a parte.

di Piero Galli

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Ho già scritto del Togo ma ringrazio Laura che mi ospita ancora sul suo blog.
Stavolta però spero di scandalizzare meno. Sì perché quando qualcuno racconta un’Africa diversa da quella immaginata, a volte ci si scandalizza.

Eccomi quindi, con la memoria, in quel Togo del dicembre 2011, dove sono rimasto 5 lunghissimi giorni, impossibili da raccontare per intero.
Una mattina mi alzo presto pensando che qualcuno sarebbe passato a prendermi per portarmi a vedere qualcosa di interessante. Mi trovo a Lomè, in una casa costruita e arredata apposta all’occidentale, per ospitare chi viene dall’Italia. I proprietari non ci vivono perché preferiscono le loro stanze all’africana, al di là del cortile. Tutto bello e pulito, anche se si son raccomandati di non far entrare l’acqua della doccia in bocca o negli occhi. Per lavare i denti uso quella in bottiglia del supermercato. L’acqua togolese per gli occidentali vuol dire batteri pericolosi e chissà cos’altro.
Ebbene, per chi non lo sapesse, i tempi africani sono mooolto dilatati, così mi vengono a prendere dopo mezzogiorno, al termine di una mattinata di noia nel cortile.

Sono in due. Uno si presenta come un ex prete che è uscito dal cattolicesimo. L’altro è il suo autista. Salgo in jeep e mi portano in un bar vicino all’aeroporto, dove tra una coca cola e una gassosa mi chiedono di indicare cosa mi sarebbe piaciuto vedere in Togo.

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Siccome mi pareva che il voodoo fosse di queste parti, chiedo di vedere il Marche de Fetishes, ovvero il mercato dove il “santone”, o guaritore, trova il rimedio a qualsiasi problema e ti prepara la famosa bambolina per il rito.
Benissimo“! Mi dice l’ex prete e, seguendo la litoranea, dopo circa mezz’ora di strada, siamo in una zona della periferia di Lomè che profuma di spiritismo. Ho la telecamera, ma mi sconsigliano di filmare. Lo spretato scende, entra in un cortile per spiegare le nostre ragioni e, dopo un po’ di titubanza, mi lasciano entrare.
Immaginatevi una grande piazza in terra battuta circondata da baracche, per buona parte occupata da file di carcasse animali. Alla mia destra ci sono decine di coccodrilli essiccati al sole, anche accatastati. Poi mi accorgo delle teste di leopardo. Ce ne sono molte. Tantissimi serpenti, qualche scimmia di piccola taglia. Comincio a shockarmi quando vedo qualche testa di elefante, per fortuna poche, insieme a qualche rinoceronte e agli ippopotami.
Qualcosa di simile l’avevo visto alla cancha di Cochabamba, in Bolivia, dove erano presenti feti secchi di lama, alpaca o vigogna. Anche in sud America, la religione tradizionale incaica richiede questo genere di cose. Tutto il mondo è paese.

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Mi spiegano che, pagando alte somme, ci sono dei bracconieri specializzati che fanno tanta strada per andare a scovare gli animali adatti ai riti. E ci sono anche bracconieri cinesi che si fanno pagare meno. Incredibile?
E in mezzo agli innumerevoli animali morti, davvero migliaia, non mancano le tradizionali bamboline con gli spilloni.
Mi sciocco ancor più quando mi portano i piedi di un gorilla. Insomma, lo so anch’io che i gorilla sono in grave pericolo di estinzione… Mi spiegano che servono per il rito che ti fa correre più veloce. Lo richiedono gli atleti. Idem per le zampe di struzzo. E me le portano.
Sotto un tavolo, alla mia destra, è legato un grosso rapace vivo, tipo aquila. Mi spiegano che è pronto da sacrificare, poveraccio. E intravedo l’altare sporco di sangue dietro le palme.

Ecco che l’ex prete mi propone di sottopormi al rito di purificazione vudù. “Andrebbe fatto a tutti gli stranieri che visitano il Togo” dice.
Ok, non ho nulla da perdere ed entro nella capanna del santone, insieme al mio accompagnatore. Ci sono delle statue di divinità, molto grezze, forse di terracotta, una maschile e una femminile. A gambe incrociate sul tappeto, il “sacerdote” che mi fa dire subito che devo credere nel rito, altrimenti ci saranno gravi conseguenze…
Prometto di crederci. Inizia così una serie di azioni che ricordo solo vagamente. Mi fa anche ripetere una formula, brucia qualcosa… e alla fine mi vuole dare un talismano che, aimè, rifiuto. Chiedo se non sia possibile avere una collana di vertebre di serpente, come quelle che avevo intravisto fuori, fra un leone e una giraffa. Per mia fortuna, acconsente senza offendersi e mi fa portare un girocollo di vertebre di boa. Mi dice di indossarlo quando avrò bisogno di forza.

Poi inizia una trattativa per vendermi un legnetto che dice essere un “viagra” naturale. Parola di santone! Mi spiega nel dettaglio come usarlo e mi lascia anche il suo numero di cellulare, per chiamarlo nel momento del bisogno, in caso non funzionasse. Insomma, alla fine non l’ho comprato.
Però, a quanto pare, l’ha comprato di nascosto da me l’ex prete che, ormai spretato, è evidentemente libero dal vincolo della castità.
Infatti un paio di giorni dopo mi dice: “ho telefonato al santone per dirgli che non funziona!“…

Concludo con un bel finale, di quelli che fanno male al cuore.
Il giorno dopo, mi portano a circa 8 ore di distanza da Lomè, all’ospedale Saint Jean de Dieu, ad Afagnan, la città dove dicono sia nato il voodoo. Nei pressi dell’ospedale percorro in jeep una via secondaria, gremita di persone. Mi spiegano che sono lì da alcuni giorni, ad aspettare che qualcuno apra per loro un container pieno di cibo, inviato da una generosa signora svizzera, che fa questo gesto ogni anno a Natale.
La gente, come le mosche, affolla la zona attorno al container per chissà quanto altro tempo. Intanto, arriviamo in fondo alla via, ad una villa che ha tutta l’aria di essere all’occidentale. Fuori polvere, sabbia, gente affamata. Dentro: la Svizzera. Erba tipo campo da golf, fiori e piante da frutto e qualche giardiniere al lavoro. All’ingresso, una grossa statua di Buddha.

È la casa dell’ex prete. Lo stesso che mi aveva accompagnato a fare il rito il giorno prima. È lui lo chef du village, ovvero il capo di Afagnan, una sorta di sindaco ma anche di autorità religiosa. È lui a spiegarmi del container chiuso che andrebbe aperto da qualcuno.
Tra le tante cose, mi mostra la foto di una casa e mi dice: “c’è gente che viene in Europa e chiede soldi per costruire una casa per una missione. Dopo un po’ torna in Europa, fa vedere la foto di una casa qualsiasi, scattata a caso fra le tante, e dice di averla realizzata grazie ai loro soldi, e così via…”.

Boh, a me è quasi venuto il sospetto che la villa se la fosse costruita un po’ così.
E intanto, nel bar di fronte all’ospedale, un abete natalizio e una palla di vetro con la finta neve su Babbo Natale.

Tutto rigorosamente made in Cina.

Benvenuti in Africa, 2.

2 pensieri riguardo “Benvenuti in Africa 2. Viaggio in Togo, 2a parte.

  1. Bellissmo reportage, che tuttavia pone diversi interrogativi. Innanzitutto la mattanza di animali, evidentemente non solo appannaggio di ricchi dentisti americani in cerca di trofei (ogni riferimento a fatti di cronaca non è puramente casuale).
    Addirittura ci sarebbero bracconieri cinesi in grado di fare il “lavoro sporco” a poco prezzo? Sapevo che erano arrivati anche in Africa per questioni di affari (estrazione di terre rare), ma non avrei mai immaginato un cinesino bracconiere… Altro interrogativo inquietante è dato dalla conclusione del tuo racconto: quante finte “missioni” e truffe ai danni di cittadini ignari e altruisti ci sono?
    Per caso hai proposto qualche tuo racconto a dei giornali? Secondo me sarebbero interessati…

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  2. Sì, come dicevo, ho vissuto 5 giorni intensissimi e nello spazio di un blog posso solo aprire interrogativi… e vista la brevità della mia visita non escludo di avere io stesso tratto conclusioni affrettate. Riferisco ciò che mi è stato raccontato sul posto e qualcosa che ho intravisto, come per es. i cinesi all’opera nel cantiere della superstrada. Gli operai sono detenuti cinesi, mentre l’impresa costruttrice cinese mi dissero che viene pagata in risorse naturali. La questione degli animali fa veramente male. Anche nella foto qui riportata, guardando bene, si vede nel centro un teschio di ippopotamo e si intravede a sinistra l’inizio di uno di elefante, e poi qualche testa di leopardo qua e là. Con i giornali temo a espormi. Non mi fido della stampa. Penso che se non sei allineato fai solo la parte del don Chisciotte. Sto pensando di organizzare una conferenza sul tema, ma non so a quanti e a chi possa interessare… rischio di tirarmi addosso l’odio di chi ha gli interessi economici in quei luoghi o, più semplicemente, di chi ha visto un’Africa diversa dalla mia.

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