Cose imbarazzanti e divertenti che mi sono successe in Giappone

Il Giappone. Il Giappone è così distante da tutto quello che conosciamo che capita spesso di trovarsi in situazioni incomprensibili, imbarazzanti e spesso divertenti. Non bisogna prendersela, secondo me nemmeno incaponirsi. Siamo occidentali con mentalità occidentale, capita di non capire cosa ci troviamo di fronte, in Giappone, capita. Accettiamolo e impariamo per la prossima volta che lì si fa così e non cosà e ridiamoci su! Vi racconto qualche episodio indelebile nella mia memoria, più di altri. Perchè lì di cose divertenti ne succedono ogni secondo. Impossibile elencarle tutte.

L’ascensore. La prima volta che sono arrivata in Giappone ero sola. Sono uscita dall’aeroporto, ho comprato non so come (in Giappone si parla poco inglese. Peggio sapete l’inglese e meglio è) un biglietto del treno per la stazione di Ueno. Entro in ascensore, guardo i tasti, li fisso, tutti hanno caratteri strani – all’epoca non studiavo giapponese e tutto era incomprensibile – e provo a pigiare a caso, ma l’ascensore non parte. Ci credete che ho dovuto fermare un passante e indicare con il dito verso il basso?? Avevo fatto due passi fuori dall’aeroporto ed ero già in difficoltà! Io e il passante ridiamo. Io perché sono scema, lui di me, immagino!

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La sensazione di non capirci un’ “H”. Poi passa, eh!

La seconda volta invece sono stata invitata ad una festa in una casa. Il padrone di casa mi aveva fatto vedere la strada dalla stazione proprio il giorno prima, ma io… non me la ricordavo già più. Insomma, ci volevano 5 minuti, io ce ne ho messi 30. Ho fermato chiunque per strada, ho conosciuto tutti i passanti, TUTTI. Mi hanno accompagnato per km, con alcuni ho anche fatto delle chiacchierate – che momenti allucinanti e che ridere –  e per 6 volte ho girato intorno allo stesso palazzo. Quando finalmente ho capito dove andare ero stremata dallo stress di essere in un posto così diverso, senza indirizzi, mi maledicevo per aver scelto come al solito l’avventura invece di optare per cose più comode. Ero stanca psicologicamente. Il citofono era grande come un A4 e pieno di numeri. Cazzo. Ora che faccio? Recupero il messaggio con le precise indicazioni e digito. Arrivo non so come all’ascensore, anche lì digito a caso sperando di aver capito il numero del piano, arrivo, davanti alla porta ci metto 5 minuti per capire qual è il campanello. Insomma, una rincoglionita. Una totale scema. Il padrone di casa apre la porta e per fortuna mi conferma che la festa se la guadagna solo chi ci arriva a casa sua. Mi sento meglio, ma sono ancora stralunata, mi presenta a dei suoi amici italiani che hanno nomi stranieri, io commento stupidamente “scusate se ho un nome italiano”. Me lo ricordo come se fosse ieri. Raramente sono maleducata, sono estremamente rispettosa, non commento, piuttosto mi zittisco. Purtroppo io in quella situazione proprio non c’ero. Il cervello era in pappa completa. L’avevo già scritto che viaggiare fa perdere la bussola. Da lì in poi ho scaricato delle mappe offline, per conservare energia cerebrale evitandomi shapes of shit. La serata è andata bene poi, tranquilli, mi sono seduta con delle ragazze giapponesi e abbiamo iniziato a parlare di cartoni animati. Casa. Subito. Mi è molto spiaciuto, non sono io quella e onestamente non commenterei mai i nomi degli altri, sono per la filosofia del Liberi Tutti, ma quel continuo non ritrovarmi mi ha fatto mancare il terreno dai piedi. Credo che il Giappone faccia anche questo. Attenzione dunque!

La terza volta avevo le mappe offline quindi: no stress! Questo giro è anche stato il più divertente. Con me la mia compagna di avventure nipponiche: Gemma. Noi si è partite da Kagoshima (e un giorno racconterò anche perché) e si è arrivate fino a Tokyo con un itinerario bellissimo (che un giorno condividerò).

Castello di Kumamoto. In questa zona non si vedono molti turisti occidentali, men che meno a dicembre, quindi io e Gemma non passavamo inosservante. Ci fissavano tutti, qualcuno ci chiedeva anche da dove venivamo, ma capivamo perché. Non ci serviva pubblicità, dunque, ma siamo riuscite lo stesso a farci riconoscere. Al Castello di Kumamoto è annesso un palazzo che da poco è stato restaurato e soffitti e pareti sono decorati con foglia d’oro. Noi volevamo visitare questo padiglione, ma all’ingresso un oggetto ha attirato tutta la nostra attenzione. Lo fissiamo per minuti e minuti, discutiamo, chissà cosa sarà, immaginiamo i più diversi usi, ipotizziamo, quell’oggetto era incomprensibile ed enigmatico. Dopo del tempo imprecisato si avvicina la signorina a guardia del padiglione e ci dice: “Ladies, this is for umbrellas, the pavillion with the golden leaf is this side, please go”. Io. Sto. Ancora. Ridendo. Un portaombrelli!!! E chissenefrega del padiglione. Mamma se rido. È come se uno andasse a vedere la Cappella Sistina e poi si mette a fissare la sedia del custode. Il bello è che ci è rimasto l’amaro in bocca, avremmo voluto poterlo fissare oltre. Per i giorni successivi una delle due scoppiava a ridere all’improvviso e l’altra diceva “Pensi al portaombrelli?

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Castello di Kumamoto. Il portaombrelli poco distante da lì, sappiatelo.

Fukuoka. In questa città abita il nostro splendido amico Hideo che ci ha organizzato una bellissima giornata in cui abbiamo fatto milioni di cose. Milioni. Tra cui: andare sull’autobus aperto. A dicembre. Con la pioggia. Ci hanno dato del telini impermeabili tipo sacchetto dello sporco, bianchi e con il cappuccio a punta. Voi non potete capire quanto è stato divertente vedere i cappucci gonfiarsi al vento a 70 km/h in tangenziale allo scoperto con la pioggia e il vento. Con le braccia sollevate, facevamo la ola. Benvenuta broncopolmonite! Dei disgraziati, questo siamo. Il tour guidato è durato un’ora con tanto di spiegazioni. In giapponese. Tra i momenti più divertenti della mia vita. Ps. Sull’autobus eravamo in 5: noi 3 e altri 2 pazzi. Uno dei due si siede a un posto che non è il suo, la signorina lo fa spostare, si sa mai che il proprietario degli altri 32 posti liberi arrivi. Io li amo i giapponesi. Li amo. Da lì ogni volta che una delle due scoppiava a ridere ci chiedevamo: “portaombrelli o tangenziale di Fukuoka?

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I cervi di Miyajima. Gemma un giorno dice: “Non vedo l’ora di arrivare a Miyajima, sono curiosa di vedere questi cervi. Mia sorella ha letto un articolo dove si diceva che i cervi sono così affamati perché nessuno compra il loro cibo e non si può dar loro cibo degli umani. Così ora mangiano carta, erba e sassi e tutto quello che trovano.” I cervi famelici e assassini. Arriviamo con il nostro bel traghetto a Miyajima e ci dirigiamo con le nostre valigie verso l’albergo. Tempo due minuti dallo sbarco arriva un cervo che aggredisce la valigia di Gemma e le strappa a morsi l’etichetta di carta della Lufthansa della valigia. Non ci potevo credere. Avevamo fatto due passi e c’era già un cervo che masticava la scritta Lufthansa. Per tutto il pomeriggio in giro abbiamo sentito degli urletti: ragazze avvicinate dai cervi che ficcavano il muso nelle loro borse e rubavano le cartine dell’isola per mangiarsele. Vi lascio con una foto del famoso torii (portale) di Miyajima e cervo masticante borsina in carta. Da lì: “Perché ridi? Portaombrelli, tangenziale di Fukuoka o cervo Lufthansa?”

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Cervo che mangia carta nella magica sera di Miyajima con il suo famoso torii all’asciutto per via della marea

Fushimi Inari. Tra i santuari più conosciuti di tutto il Giappone per il film ‘Memorie di una geisha’ è caratteristico perché la camminata si inerpica su un monte ed è circondata da migliaia di torii che si susseguono ravvicinati l’uno all’altro. Siamo a metà montagna, camminiamo seguendo il percorso e sento un rumore strano. Dico a Gemma: “sembra il rumore di una macchina” e lei giustamente “non è possibile, non può essere” ed ecco dal nulla sbucare due fari e una macchina mignon che serena serena fa spostare tutti i turisti e scende tra questi piccolissimi torii. Da lì in avanti tutte le macchinine piccole tipiche del Giappone verranno ri-soprannominate ‘macchine Fushimi Inari’. Strano territorio quello di Kyoto dove ci è anche capitato di essere abbordate da un proprietario di pachinko e dai suoi scagnozzi. Ahhhh!!

Nagoya. A Nagoya abita un altro carissimo amico: Hiroyuki. Ci viene a prendere in stazione con la macchina, saliamo, accende e parte il cd: Denver e Cristina d’Avena che canta. Hiroyuki ci ha organizzato una visita alla casa di Mei e Satsuki (la casa de Il mio vicino Totoro) che è stata costruita nel parco che ospitava l’Expo del 2005 -ps. è difficile prenotare questa visita se non parlate giapponese-. Quel giorno è stato meraviglioso, io amo quel film e non mi sembrava vero. Siamo tornati alla stazione Limino, il treno a levitazione magnetica che ci avrebbe riportato in città. Aspettiamo buoni buoni in fila davanti all’ingresso che ci permetterà di stare nel primo vagone (senza conducente) e goderci il panorama. Arriva un bambino. Vestito da drago. Il Giappone è così strano che può anche essere una cosa normale. Lo chiedo a Hiroyuki se è normale che si vada in giro travestiti, perché se è normale da domani lo faccio pure io. Lui mi dice “No” e ride. Io e Gemma non riusciamo a togliere gli occhi da questo meraviglioso bimbo vestito da drago. Non so spiegarvi, era tenerissimo. Hiroyuki ci confessa che la madre ha detto al bimbo “Te l’avevo detto che sembravi pazzo a vestirti da drago, ti guardano tutti, adesso ti cambi”. Noooo signoraaaaaaa, nooooo, è fantastico così! In realtà noi lo guardavamo perché non riuscivamo a farne a meno. Magari tutti i bimbi fossero liberi di travestirsi quando gli va!

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Tokyo, stazione JR di Shimbashi. Succede quello che avevo solo sentito dire. Pensavo fosse una leggenda metropolitana. A ogni stazione ci sono delle biglietterie automatiche dove è anche possibile ricaricare la propria tessera Suica o Pasmo che serve per accedere alla metro e da cui automaticamente vengono scalati i soldi. Una signora ha qualche problema con la sua tessera, pigia un tasto. Improvvisamente si apre un piccolo pertugio da cui sbuca una testa, quella del tizio delle informazioni. È stato un momento esilarante.

Solo in Giappone, solo in Giappone! Per questo lo amo tanto. Impossibile annoiarsi.

10 pensieri riguardo “Cose imbarazzanti e divertenti che mi sono successe in Giappone

    1. 😂😂 Ma dovevi vedere l’aggressività nell’affondare il muso nelle borse delle signore e rubare fazzoletti e biglietti. Ragazze che urlavano ovunque e dovevi stare attento a sederti, sbucavano da dietro e infilavano il muso in tasca! Porelli!

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  1. Articolo stupendo, complimenti! Mi ha fatto morir dal ridere, e soprattutto è molto interessante leggere di Giappone anche in chiave più realistica e non solo esotica e orientaleggiante come troppo spesso accade su blog di viaggio. Complimenti! 🙂

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    1. Ti ringrazio moltissimo. Avevo davvero paura a scrivere di un paese di cui ci sono tanti esperti, ma allo stesso tempo mi piaceva l’idea di dire che “è normale fare figure in Giappone” 😀 Mi fa molto molto molto piacere, mille grazie

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