“Sei mai stata in Russia?” mi chiedono. “Sediamoci che vi racconto” rispondo.

Tremo ogni volta che mi viene fatta questa domanda, ma non agitatevi, i motivi per cui non mi è facile parlare del mio primo viaggio in Russia non sono così scontati e scommetto che alla fine di questa storia sarete d’accordo con me. Non è una domanda che comporta una risposta breve. Perché al “Ci sei stata?” segue sempre “Dove?”.

Sì, comunque. Sono stata in Russia. Ci sono stata due volte, la prima nel 2000 e la seconda nel 2010 ed è un Paese – anzi, un continente – a me molto caro perché mi lega a degli affetti (e tornano sempre le persone, vedete, non è il luogo) eterni. Voglio tornarci a breve.

La prima volta in Russia è stato fuori di testa. Quando un italiano mi chiede dove sono stata non si scompone più di tanto, non conosce questa città di cui sto per parlarvi, ma quando è un russo a chiedermelo io vi assicuro che resta a bocca aperta. Ebbene, sono andata a Tula, per 10 giorni, solo 2 giorni di fermata a Mosca e poi via in treno. Perché ci sono andata? In gita scolastica al liceo.

Esatto. In. Gita.

16 anni fa io ne avevo 18 e frequentavo l’ultimo anno di un liceo linguistico della mia città. E poi c’era questo professore che non ho mai apprezzato per tanti motivi, ma devo ammettere che ebbe quest’idea geniale. A 18 anni ho visto cose che mi ricorderò a vita, da cui ho imparato enormemente, da cui ho tratto lezioni importanti.

Tutto è iniziato nell’estate del 2000. Nella mia provincia ci sono numerose colonie montane e una di queste ospitava per tutta la stagione dei bambini e ragazzi russi che a turno venivano a passare le vacanze e a godere dell’aria buona delle montagne. Il professore ha proposto a noi studenti di partecipare a turni alla colonia come assistenti dei ragazzi cercando di insegnare loro un pochino di italiano.

Per circa due settimane a testa siamo rimasti in questa colonia montana a stretto contatto con i bimbi, tra lezioni, gite e giochi. In quei giorni ho fatto il pieno di affetto. Tra gli ospiti c’erano bambini che provenivano da famiglie benestanti, orfani a cui il viaggio veniva offerto e bambini che invece provenivano da una scuola per sordomuti. Vi posso già dire da qui che riparlarne mi dà la pelle d’oca.

Gruppo
Qui eravamo in visita a una casa di riposo della mia città e i ragazzi si sono esibiti in canti e balli popolari russi. I due bambini che vedete vestiti di azzurro in attesa suonavano dei cucchiai in legno creati a mano che facevano schioccare l’uno contro l’altro. Un suono indelebile nella mia memoria.
Lì ho imparato moltissime parole russe e ho persino imparato a leggere e scrivere il cirillico, hanno insegnato più loro a me che io a loro. Poco ma sicuro. Ci volevamo un bene dell’anima. Non sapete per quanto tempo siamo andati avanti a scambiarci lettere e fotografie. Le poste del mio paesello hanno avuto un gran daffare con me.

Finita questa splendida esperienza estiva, a novembre 2000 (il nuovo terminal di Malpensa era appena stato inaugurato), siamo partiti per andare a trovare i nostri bimbi in Russia e per prendere parte allo scambio culturale con una classe di un liceo di Tula.

Tula è una grande città che si trova circa 200 km a sud di Mosca. L’unico italiano che finora mi ha detto di conoscerla è il proprietario di un negozio di armi. Perché Tula era il deposito militare, l’arsenale dell’ex Unione Sovietica. Lì venivano prodotte le armi. All’epoca mi avevano detto che l’accesso alla città è stato proibito agli stranieri fino circa alla metà degli anni ’90. Non ho mai potuto verificare questa informazione, ma di sicuro non ne vedevano molti di occidentali da quelle parti. (Fattarello: l’Arsenale di Tula è così famoso che dà il nome alla squadra di calcio locale)

Ma facciamo un passo indietro, perché noi si è arrivati a Mosca dopo un volo Alitalia di circa quattro ore e come dicevo ci siamo rimasti per due giorni prima di proseguire per Tula.

Gli appunti moscoviti sono molto colorati:

  • la Piazza Rossa era bianca di neve;
  • lì ho ricevuto il primo sms di mio padre di tutta la vita e diceva “Parma-Milan 2-0” e nient’altro;
  • avevo un’amica di penna che non avevo mai incontrato prima e che si è fatta più di 8 ore di treno da San Pietroburgo a Mosca solo per incontrarmi. Ricordo il suo abbraccio come uno tra i momenti più belli di tutta la mia vita;
  • in albergo ci avevano offerto a pochi soldi dei biglietti per il Teatro Bolschoi, sì, proprio quel teatro che oggi costa l’impossibile e che è il momento della vita che ogni russo aspetta, proprio quel posto lì. Siamo andati a vedere Lo Schiaccianoci, ma non ci aspettavamo di dover andare a teatro, ci è capitato. Insomma, la faccio breve, scarponi e maglione da montagna. Ancora mi vergogno.
Belvedere
Domenica 12.11.2000 – Il Belvedere di Mosca, Vorobyovy Gory, con vista sullo Stadio Lužhniki

SanGiorgio
Collina Poklonnaja con il complesso del Parco della Vittoria. La statua raffigura San Giorgio mentre trafigge il drago, simbolo della vittoria della Grande Guerra contro i francesi guidati da Napoleone. Storia interessantissima di questo parco, vi invito a leggerne di più.
Abbiamo poi preso un treno (lì ricordo di aver visto il bagno più orrendo della mia vita, all’improvviso non mi scappava più) e in circa 4 ore siamo arrivati a Tula. Era buio, le famiglie ospitanti sono venute a prenderci a scuola, ci hanno divisi e in quel momento mi sono sentita persa. Senza alcun punto di riferimento.

È durata poco. Il mio papà russo era un poliziotto ed era venuto a prendermi con la macchina della polizia. Ero rimasta a bocca aperta. Ho fatto il suono della sirena, lui ha capito immediatamente e siamo tornati a casa nel fragore e con una bella corsa per le strade di Tula. Mi sentivo già a casa.

La casa. La casa era povera e decadente, ma era piena di affetto. Mi hanno accolta con entusiasmo, mi hanno lasciato il letto matrimoniale e loro avrebbero dormito tutti quanti in salotto. Non c’è stato verso di dissuaderli, ma ho costretto la figlia della mia stessa età a dividere la stanza con me. Non discutete mai con dei russi e soprattutto: non discutete mai con dei russi in fatto di ospitalità. Non ci sentono e rischiate di offenderli. Questo compromesso però ha sistemato la situazione. Ah, i russi. Non avevano niente. Niente. Ma hanno fatto di tutto per me.

 

Per stavolta è davvero tutto. Le cose da dire sono tante, preferisco raccontarvi il resto nella prossima puntata.

 

n.b. scusate le foto, ero giovane e sprovvista di sensibilità fotografica

2 pensieri riguardo ““Sei mai stata in Russia?” mi chiedono. “Sediamoci che vi racconto” rispondo.

  1. […] “Alone?” chiede. Aaaah, ecco cos’era curioso di sapere. Nel mio primo blogpost sull’Uzbekistan (che gli uzbeki abbreviano con UZB) ho già raccontato di come è stato curioso viaggiare sola laggiù. Per loro è semplicemente inconcepibile che una donna viaggi sola. Me l’aspettavo, caro compagno di sedile dell’aereo, sono pronta! Gli dico che viaggio sola. “Why?” chiede lui. Logico. “Perchè non amo aspettare nessuno, faccio quello che voglio, vado dove voglio e volevo andare in Uzbekistan con o senza amici.” “Why?” chiede di nuovo lui. Narmal si dice in russo, normale. “Perchè un amico era stato in Uzb e mi aveva fortemente consigliato di visitarlo.” “So, holidays?” “Yes” “Why? Holiday in Uzb?” E ride. Io rido. Scuote la testa, proprio non capisce, ma io ormai ci sono abituata. Mi chiede se ho imparato qualche parola in russo. Certo che sì, ma in realtà le ho imparate tanti anni fa quando ho studiato l’alfabeto cirillico per sopravvivere la prima volta che sono stata in Russia nel 2000. Ma questa è un’altra storia. […]

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