Madrid: tra nuvole e cocido madrileño

Sto lasciando il mio blog libero di essere. Assecondo le mie intuizioni senza opporre alcuna resistenza. Credevo che l’idea di fondo fosse dare delle dritte di viaggio – e forse ancora lo è – ma ultimamente continuo a scrivere di persone. E realizzo che la maggior parte delle volte sono loro a rendere i miei viaggi uno spettacolo. Perché il luogo rimane là, accessibile a tutti, (quasi) sempre uguale, ma un nuovo amico lo porti nel cuore ovunque con te.

Anche questa volta mi ritroverò a scrivere di Amici, perchè senza di loro Madrid non sarebbe quella che è.

Parlo di Sara e Sergio, che per gli amici si chiama Chen. Durante il mio ultimo soggiorno mi hanno ospitata nel loro appartamento. Sai, quando sei una persona buona ti capitano cose buone. A me sono capitati loro. A loro è capitata questa vista dalle finestre di casa:

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Quel complesso che vedete nelle foto si chiama Matadero. In sostanza è l’ex mattatoio della città, in funzione fino alla metà degli anni ’90 anche se la sua storia è molto travagliata (se parlate spagnolo, trovate tutto qui) e in sostanza oggi è stato restaurato e riconvertito in un centro ricreativo culturale del Comune di Madrid. Il progetto architettonico è interessantissimo, perché nonostante i restauri, la natura del complesso di edifici è rimasta invariata. Ancora oggi il Matadero conserva quel suo stile industriale di inizio novecento, fatto di piccoli mattoni rossi, ma anche di piccoli ornamenti. Se penso che avevano in mente di demolirlo… mi vengono i brividi. Ora il Matadero è aperto a tutti e gratuito, c’è una sala di giochi per bambini dove vengono lasciate a disposizione delle grandi scatole in cartone che i bimbi possono ritagliare per creare astronavi, macchine, case perché tanto… basta la fantasia, no? C’è una biblioteca fornitissima con “ponti” studio e lettura, cioè ponti sul vuoto. Stratosferico, dovete vederlo. Ci sono tante mostre di qualsiasi genere. C’è anche una caffetteria dove consiglio assolutamente di andare perché l’ambiente è davvero bello, soprattutto se vi piace l’archeologia industriale, almeno quanto piace a me.

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La Cantina del Matadero
Sara e Chen quindi ogni giorno si svegliano e vedono questo spettacolo. E ogni sera vedono questo spettacolo. Non abbassano nemmeno più le tapparelle di casa. Eccecredo.

Per arrivare a casa loro dalla metropolitana si attraversa dunque il Matadero. Ne approfitto per fare una piccola digressione sulla metropolitana di Madrid che è una tra le migliori che abbia mai visto. Collega l’aeroporto alla città in modo eccellente. Anche se volate con una compagnia low cost atterrete a Madrid Barajas e da lì con la metropolitana in mezz’ora sarete in pieno centro.

Dunque entro in casa, li saluto alla maniera spagnola (poi ci tornerò su questo punto) e consegno i miei doni, tra cui degli occhi finti che si possono piazzare tra le dita della mano per fare dei personaggi e le vocine…

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Sono stati i più apprezzati di tutti. Come potete vedere voi stessi. Per questo siamo amici. Loro mi sorprendono consegnandomi il loro regalo: un cd di Erica, l’inquilina precedente dell’appartamento che ha lasciato in eredità un mucchio di suoi cd! Anche per questo siamo amici.

Parliamo. Un sacco. Come è giusto che sia. Sara e Chen sono due signori musicisti (sentite qui). Io invece non ci capisco una cippalippa, la musica non è mai stata il mio linguaggio. Loro sono espertissimi e ci tengono moltissimo, giustamente. Ognuno dei due ha un gruppo e un gruppo oltre ad altre svariate collaborazioni. Mi propongono di ascoltare cose fichissime. In effetti ascoltiamo cose fichissime. Mi dicono: “In questa casa non entrerà il reggaeton!” “A proposito di reggaeton” dico io “non riesco proprio a capire cosa dica quel tizio che canta reggaeton dalé, pantalon dalé…” Mi guardano allibiti. “È che pantalon mi fa proprio ridere, mi dite che dice?”. Così ci ascoltiamo tal Ginza di tal J Balvin e mi dicono cosa dice. E poi gli dico che non pronuncia la S. “Dice romanticimmo, perchè? Di dov’è?” Così cerchiamo su internet, è colombiano. Dopo 10 minuti di tutto questo Chen mi guarda e dice “Ti rendi conto che non solo hai portato il reggaeton in questa casa, ma che mi sto persino impegnando per cercare da dove cazzo viene??” Rido molto, ride molto, ridiamo molto.

Ultimamente poi ho un vizio. Chiunque mi dica una parola che ricorda una canzone… ah, io canto! Se poi sento delle parole in spagnolo… addio! Pensate a tutta la robaccia che arriva in Italia, ecco, ma è tanto divertente! Chen fa un grosso sbaglio, mi dice: “Tenemos que cambiar la nevera” Dobbiamo cambiare il frigo. C’è una canzone forse di Enrique Iglesias che forse dice: yo sin ti, tu sin mi, esto no me gusta e nella mia testa è diventato “quiero cambiar el frigo, el nuevo frigo, esto no me gustaaa”. Mi hanno guardata inorriditi.  Dopo il reggaeton avevo portato anche Enrique Iglesias!

Finito questo simpatico siparietto ho preso la mia testa piene di orrende canzoni e sono uscita. Ho mangiato un’empanada con il pollo che mi ha ricordato il Perù e mi ha ricordato anche un campo di cipolle. Sono poi arrivata al mio luogo preferito a Madrid: la stazione di Atocha che praticamente al suo interno ospita una grande serra urbana. Non so dire cosa sia meglio: se il contenitore di gusto ottocentesco, ricorda le grandi stazioni parigine, oppure il contenuto. Io vi consiglio di fare un saltino.

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Poi ho incontrato un amico, abbiamo mangiato due tapas insieme e lo ammetto, ho mangiato davvero poco. Siamo andati a sentire un concerto dal vivo in un locale molto carino, Honky Tonk Bar (lo consiglio per chi vuole ascoltare della buona musica rock dal vivo). Perché sottolineo che ho mangiato poco? Perché io non bevo praticamente mai e quella sera ho preso un gin lemon e il resto è leggenda! Insomma, facevo fatica a deambulare, così decido che devo salutare il mio amico e andare da sola, alle 3 di notte, per Madrid. Non sapevo dove fossi, chi fossi, dove andassi e perché, ma camminavo serena come poche altre volte nella vita. Un momento catartico. Attraverso la strada e vedo (credo) la luce del taxi, lo fermo con una mano come Mosé quando divide le acque del Mar Rosso e gli dico – non so come – il nome della via. Mi dice che è lontano, io nel frattempo apro la portiera. Lui dice: “Ah, ti devo portare?” Io rido. Gli canto “Yo lo conocí en un taxi, en camino al club” Lui ride molto. Gli chiedo scusa, sono un po’ frizzantina stasera. Parliamo tanto, il mio spagnolo a quel punto diventa *perfetto*! Un’autoctona! Mi dice che è peruviano… Eeeeeehh? Ma io sono stata in Perù! Di dove? Insomma, parliamo un casino e in un attimo c’è aria di casa. Casa dove mi riporta e aspetta persino che chiuda la porta prima di ripartire. La mattina racconto le mie avventure a Sara e Chen e mi rendo conto solo allora che probabilmente è stato il momento più divertente della mia vita. Quando non hai schemi in mente è semplicemente perfetto.

In seguito ho raccontato questo episodio ad altri amici e mi hanno chiesto se non avessi paura a girare di notte da sola. Non bisogna avere paura, altrimenti si ha paura della paura e allora sì che è disastroso. Attenzione e cautela sì, non paura. Se viaggi e sei sola, puoi anche avere la mente un po’ annebbiata, ma vi assicuro che sei sempre bella presente. Non hai nessun altro su cui contare se non te stessa.

Dopo colazione Sara ed io andiamo a vedere una splendida mostra di Mirò al CaixaForum che non è molto lontano dalla Stazione di Atocha di cui vi parlavo poco fa, se volete fare una visita combinata. All’esterno l’edificio si presenta con uno splendido giardino verticale. Vi consiglio di fare un giro anche all’ultimo piano del palazzo dove c’è un bar nascosto da una facciata traforata che copre i vetri del locale. La sensazione è di essere nell’ovatta. La mostra è bella, ma lo è ancora di più poter stare un po’ con Sara. La nostra amicizia è fuori di testa. Sara e io ci siamo incontrate e divertite in tutto il mondo. Abbiamo aneddoti sparsi un po’ ovunque. Non ci vediamo da parecchio. Come mi era mancata. Mi sembra ieri quella sera a Brooklyn… ma questa è un’altra storia!

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Torniamo a casa e Chen… Chen ha preparato il cocido madrileño, IL piatto di Madrid per eccellenza. Ed è così buono che chiedo la ricetta. Eccola qui:

Cocido madrileño para 4. Como lo hace mi madre Amparo. 

300 gr. De garbanzos 
2 patatas grandes 
2 zanahorias grandes 
250 gr. De judías verdes 
1/4 de pollo 
250 gr de ternera 
1 hueso de jamón 
1 hueso de vaca 
1 chorizo 
1 morcilla de cebolla. 
Preparación 
Sumergir los garbanzos en agua fría con sal 8 horas antes… O sea, La noche anterior. 
Poner a Hervir en agua abundante los huesos, el pollo y la ternera en una olla a presión abierta durante 30 minutos. 
Retirar la “espuma” que generan las impurezas de los huesos. 
Añadir los garbanzos, las patatas, las judías y las zanahorias, cortadas en trozos medianos. 
Añadir sal y cerrar la olla. Cuando la válvula suba… Dejar 35 minutos a fuego medio­fuerte. 
Cocer en un cazo aparte el chorizo y la morcilla hasta que estén tiernos. 
Al terminar los 35 minutos, despresurizar la olla. 
Separar el caldo, la verdura y la carne. 
­con el caldo separado se prepara una sopa de fideos finos o arroz al gusto (primer plato) ­ la carne y la verdura con los garbanzos se sirven a gusto como segundo plato. Se suele aliñar con aceite y vinagre. 
Un aliño alternativo, típico de mi madre, es una salsa fría con 1 tomate natural batido, aceite, vinagre, sal y comino. Se usa como salsa para los garbanzos. 
Mi plato favorito y con el que conquisté a mi gran amor, gracias Mamá. 

Chencho.

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Ero in un momento particolare della mia vita. Quel piatto così genuino, dal sapore dei lessi della nonna di quando ero bimba, mi ha scaldato il cuore. Così come adoro l’idea che sia pensato per più portate. Il cocido d’ora in avanti sarà sinonimo di illuminazione.

Il giorno dopo ho cazzeggiato un po’ in giro tornando dopo quasi dieci anni al parco El Retiro, secondo me imperdibile. In zona lavora un’amica che ho incontrato per un caffè in questo localino molto carino. Consiglio anche questo, l’amica che ho incontrato ci va anche spesso a mangiare. Saliamo in ufficio da lei e mi presenta i suoi capi, porgo la mano. Tutti scansano la mia mano e mi danno due baci sulle guance. I suoi capi. Mi era già successo due sere prima in un locale, ma io sono così abituata ad andare in luoghi così diversi da dove abito che ho imparato ad essere neutra nei saluti, mi adatto alla circostanza. Non vado quasi mai in Spagna, per questo tanto contatto fisico mi sorprende. Viaggiare fa anche perdere la bussola.

Da lì ho salutato tutti, bacetti e baciotti, sono andata diretta a piedi al Centro Cibeles de Cultura y Ciudadania dove c’era una mostra di Kandinsky. In questo palazzo c’è anche una torre panoramica. Chiusa il lunedì. Era lunedì. Naturalmente.

Mentre sono in coda per il biglietto chiunque mi chiede informazioni di qualsiasi tipo. Faccio ovviamente amicizia in tre secondi con una signora che lavora in una banca lì a fianco, viene a vedere le mostre in pausa pranzo. Le dico che la mia tappa successiva è il Circulo de Bellas Artes e mi ci accompagna. La saluto e prendo il mio biglietto per salire sulla famosa terrazza con vista panoramica. C’è molto vento. Amo il vento. Ci sono un sacco di nuvole. Amo le nuvole. In sottofondo c’è la canzone “Lucky Man” dei Verve. Amo questa canzone. Mi siedo e contemplo. Madrid ha tra le più meravigliose nuvole del mondo. Credo sia dovuto al fatto che è posizionata in una sorta di conca. Il cielo di Madrid è sempre blu oltreoceano e le nuvole, ah, le nuvole. In quell’istante mi ricordo di una frase perfetta: “El mejor destino que hay es el de supervisor de nubes, acostado en una hamaca mirando al cielo.”

 

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Poi mangio qualcosa nel quartiere di Chueca e a piedi attraverso tutta la città passando per La Tabacalera nel quartiere Lavapies. Un altro posto unico, un centro sociale autogestito che è diventato una sorta di centro artistico. Un’amica me l’ha consigliato raccontandomi di essere andata per vedere una mostra e di essersi ritrovata a imparare a ballare il tango. Mi piacciono questi posti dove l’inaspettato regna sovrano. Non andateci però di lunedì, è chiuso. Era lunedì. Naturalmente. Lungo i muri del quartiere trovo splendidi murales. Ne è valsa davvero la pena.

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Dopo 16 km a piedi torno a casa. Sara è al lavoro, trovo solo Chen che sta cambiando il frigo. Lo guardo e dico “Ah, il frigo!” Lui capisce immediatamente dove voglio andare a parare e inizia a cantare “quiero cambiar el frigo, el nuevo frigo, esto no me gustaaa”. E ora che ho portato della musica di m. anche qui posso ritornare in Italia.

Pues… muchas gracias Sara y Chen, fue todo así divertido y al mismo tiempo familiar qué allí dejé un trozo de mi corazón.

 

 

 

Un pensiero riguardo “Madrid: tra nuvole e cocido madrileño

  1. Ciao Laura… me permito el lujo de ser el primero que respondo a tu post. Lo hago en “spagnolo” porque si no, no voy a ser capaz de darle la intención que busco.

    Nos sentimos alagados, eso por supuesto… Sara y Yo nos esforzamos cada día por ser generosos, y ésto (aunque suene complicado) es lo que nos diferencia de la “ley de la jungla” en la que está el mundo de hoy inmerso.
    Ni los leones, ni los tiburones pueden permitírselo… ni tampoco los banqueros, los políticos…
    Sólo lo podemos hacer la gente corriente y ésto, nos hace excepcionales. Tampoco estamos solos y debemos esforzarnos por dejarnos encontrar. Ésto es lo que prueba tu post…

    Si algo he aprendido de mis padres es precisamente ésto… ser generoso en las intenciones, en el esfuerzo, en la hospitalidad, incluso con aquellos que no se lo merecen.
    Si a ésto le sumas el aprender a hacer Cocido Madrileño más rico del mundo… convertimos “alla mia Mamma” en SANTA Amparo.

    Lo mejor de todo, es poder compartir ésta forma de vivir con alguien…
    Imagina la felicidad que supone encontrarse en el camino con Sara.

    Muchos besos, Muchos abrazos
    Abramos las puertas y ventanas… que entre el aire…

    Chencho.

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